La morte di Marat: una scena del crimine neoclassica

La morte di Marat è un olio su tela che misura circa cm 165 x 125, realizzato dall’artista francese Jacques-Louis David, uno dei più grandi pittori del neoclassicismo, autore di celebri capolavori quali il giuramento degli Orazi e l’Apoteosi di Napoleone.

Il dipinto è conservato nel Museo reale delle belle arti del Belgio e raffigura il corpo ormai esanime di Jean-Paul Marat, una delle menti della Rivoluzione francese, riverso nella vasca, dove era solito trattenersi spesso, a causa di una terribile dermatite contratta negli ambienti malsani dell’epoca.

Proprio durante quella sua abitudine quotidiana Marat fu pugnalato a morte da Charlotte Corday D’Armont. La giovane era andata da lui con una lettera, visibile tra le mani di Marat, in cui gli chiedeva una grazia per varie persone additate come nemiche della Francia (“Al Cittadino Marat: la mia grande infelicità mi dà diritto alla vostra benevolenza”), ma dopo aver consegnato la missiva, lo colpì a morte. Il dipinto si palesa come una sorta di sacralizzazione laica del rivoluzionario francese. Ogni dettaglio presente nel quadro assume una funzione icastico-simbolica che lo santifica assurgendo a reliquia profana. Sulla cassa di legno di fianco alla vasca, utilizzata da Marat come sostegno per scrivere, è scritta la dedica dell’artista: “À Marat, David”.

Il calamaio, una penna d’oca, un assegno e una lettera per la Corday (“darete questo assegno a vostra madre”) rappresentano per David reliquie laiche e saranno realmente esposte nel giorno del funerale, organizzato dallo stesso pittore. Il dipinto mostra forti e incontrovertibili fascinazioni caravaggesche, David aveva visto i dipinti di Caravaggio in Italia, focalizzate nella suggestiva illuminazione, fatalmente netta, decisa che evidenzia la dura realtà delle cose e la crudezza terribilmente umana del cadavere.

Lo stesso braccio di Marat non è altro che una citazione quasi letterale del braccio del Cristo nella Deposizione, come detto nel precedente articolo riguardante il quadro del Merisi, a sua volta ripreso da un sarcofago che raffigura la morte di Meleagro, in cui si vede il braccio pendulo dell’eroe.

La penna d’oca nella mano di Marat e il coltello alla sua destra sono due armi, una metaforica e l’altra fattuale come arma del delitto, metafore, fin troppo evidenti nelle intenzioni dell’autore, della bontà della vittima e della crudeltà della carnefice.

L’opera è fortemente neoclassica, come mostra il dettaglio del viso dello stesso Marat: l’espressione non trasmette la sofferenza, la drammaticità muscolare della morte appena avvenuta, ma sembra quasi cristallizzato in un sorriso, caratteristica identitaria e peculiare delle sculture dell’arte greca.

Questa espressione del viso mostra anche un secondo significato: Marat è morto felice, fiero di se stesso e della missione a cui ha donato la sua vita, una serenità codificata da una pennellata precisa, accademica in ogni suo singolo dettaglio. Anche in questo caso ci troviamo davanti ad una scena del crimine, in cui emergono inequivocabili i segni della violenza e le cause della morte. Il colpo fatale è visibile sotto la clavicola di Marat, dove la ferita causata dal fendente della Corday stilla ancora sangue.

La morte quindi è dovuta al dissanguamento del rivoluzionario, una volta recisa la vena giugulare l’acqua calda del bagno non ha fatto altro che velocizzare l’emorragia e il conseguente decesso. Dimenticato dopo la morte di Robespierre, riscoperto da Stendhal e poi da Baudelaire, il quadro di David ha ispirato molti artisti: Munch, Picasso e Ferdinando Cicconi, imprimendosi a fuoco nella storia della pittura di tutti i tempi come esempio di tecnica pittorica, ma anche di come anche una morte così terribile si cristallizzi in un fotogramma di silenziosa, delicata serenità.

Marino D’Amore

Roma, 16 Novembre 2014

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