La riconoscenza non è di casa nella politica

Sono gli avvenimenti a sottolinearlo e per giunta non sono nemmeno sporadici. Nel mondo si avverte un forte sentimento antiamericano, che cresce giorno dopo giorno e viene puntualmente segnalato dalle cronache. Tutti hanno qualcosa da ridire nei confronti degli Stati Uniti e sulle loro scelte politiche. Con maggiore frequenza dopo l’inizio delle operazioni militari contro Saddam Hussein, il dittatore dell’Iraq, responsabile di continue violazioni dei diritti umani e di genocidi.

Un conflitto per la ricerca delle armi di distruzioni di massa, che si è trasformato, con il tempo, in un secondo Vietnam, conferendo inoltre una spinta al terrorismo delle frange più estreme islamiche. Gli attentati alle Torri di New York e alle metropolitane di Madrid e Londra insegnano e creano tensioni. Il recente viaggio di Bush, in alcuni paesi dell’America latina per rilanciare la leadership commerciale, ne è una conferma.

Manifestazioni di contestazione con i consueti slogan, i soliti striscioni e gl’immancabili falò di bandiere a stelle e strisce. Pure cerimonie di purificazione, come a Tecpàn in Guatemala.

Non si può mettere in dubbio che gli Stati Uniti non abbiano contribuito alla crescita della società civile, al progresso tecnologico e sanitario, nonché a difendere la democrazia dai totalitarismi e a garantire la sicurezza generale all’epoca della Cortina di ferro. Il computer ed Internet sono due prodotti della loro ricerca scientifica e sono stati messi a disposizione di tutti, come sono aperte a chi vuole studiare le sue università. Ed i titoli rilasciati hanno un indiscutibile peso nella ricerca di occupazione.

Di fronte a tutto questo diventa arduo comprendere il perché ci sia tanta ostilità, o risentimento, nei loro confronti. Quali possono essere le reali ragioni che sono alla base di questa continua protesta per la politica della Casa Bianca, per la presenza degli americani in questo o quel paese? E’ per il petrolio o in considerazione che si ritengono i gendarmi delle libertà democratiche? Oppure siamo di fronte a delle forzature contro una grande nazione, che molto ha speso in vite umane per la difesa della democrazia e che è sempre la prima a rispondere alle richieste dell’Onu e della Nato?

Se l’Europa è un continente libero e democratico, e non è andato sotto il tallone della Germania di Hitler, lo si deve in buona parte all’intervento degli Stati Uniti, come peraltro nel 1917 all’epoca del Kaiser. E questo in contrapposizione a quella che era la volontà dei padri fondatori, che non volevano avere rapporti con l’Europa. Unione Sovietica e Gran Bretagna, senza l’aiuto dell’industria americana e delle divisioni di Eisenhower in Italia e in Normandia, avrebbero avuto ben poco da contrapporre alla potenza dei Tigre ed alle capacità tattiche e strategiche dei generali della Wehrmacht. Non esenti, comunque, da macchie indelebili. La battaglia dei convogli, quelli che servivano per rifornire di materiale soprattutto l’esercito russo, è stata vinta dagli americani. E’ la storia a sottolinearlo.

La non comprensione di questo sentimento antiamericano, dalle sfaccettature caleidoscopiche, è anche alimentata da quanto ha voluto a suo tempo dire Alex deTocqueville, che ha indicato negli Stati Uniti d’America un paese con granitiche istituzioni pubbliche e dalla grande forza democratica. Dove i politici chiacchierati vanno a casa, i cittadini sono liberi di muoversi, la stampa è libera e non guarda in faccia a nessuno, chi delinque va in galera senza sconti ed indulti e la politica mira sempre a difendere gl’interessi del paese, chiunque sieda alla Casa Bianca, democratico o repubblicano. Una nazione che ha sempre lasciato aperte le sue porte a tutti gli uomini che erano perseguitati per le proprie idee, per la religione professata o perché cercavano un lavoro, che non riuscivano a trovare a casa propria per l’incapacità dei governi.

Pulitzer, Fermi, Toscanini ed Einstein, tanto per citare alcuni nomi, che forse diranno ben poco alle giovani generazioni, hanno trovato al di là dell’Oceano una seconda patria, che li ha messi in condizione di esprimere il loro talento. E che dire quando, dopo la fine del secondo conflitto mondiale – con 55 milioni di morti, 35 milioni di feriti e 3 milioni di dispersi – hanno fatto entrare una massa di diseredati che cercavano lavoro e tranquillità, dando anche vita al Piano Marshall per risollevare le sorti economiche dell’Europa. Noi italiani abbiamo beneficiato di 12 milioni di dollari, che il governo ha utilizzato per ridurre il debito.

Tutto deve andare nel dimenticatoio, senza un pizzico di riconoscenza? E se domani gli Stati Uniti decidessero di rientrare nell’isolazionismo cosa potrebbe fare la tiepida Europa se avesse necessità di difendersi o di risolvere i suoi problemi che aumentano sempre di più?

Gino Falleri

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