La memoria

È immaginabile che i meccanismi che portano alla formazione dei ricordi abbiano in comune con i comportamenti geneticamente appresi la stessa base chimica? Sembra di sì. Se il nostro gatto dopo una frattura cerca il latte contenente calcio, o se assume erba irritante per combattere una costipazione intestinale, non lo fa certo perché qualcuno glielo ha insegnato, ma perché possiede una memoria biologica. Nell’uomo si verificano anche comportamenti simili, ma naturalmente non ce ne accorgiamo; invece spesso ci rendiamo conto che riusciamo ricordare meglio fatti avvenuti molto tempo fa piuttosto che altri recenti, mentre a volte siamo convinti erroneamente di essere in una situazione nella quale già nel passato ci siamo trovati… Ma andiamo con ordine.

Il complesso sistema che fissa i ricordi si trova ovviamentre nell’encefalo, precisamente nel talamo, nei corpi mammillari e soprattutto nell’ippocampo. In quest’ultimo l’informazione è codificata, dopo essere arrivata dalla corteccia cerebrale, che associa le nozioni. L’amigdala invece modella e conserva la memoria delle emozioni e dell’affettività. La fissazione vera e propria dei messaggi avviene attraverso un’iperattività delle sinapsi, che sono i ponti di passaggio fra neuroni, attivati da sostanze chimiche detti mediatori. Il dato importante è che le informazioni recenti contenute nella memoria a breve termine possono essere immagazzinate nella memoria a lungo termine se opportunamente ripetute e fissate. La memoria può anche classificarsi nella forma esplicita (informazioni richiamate coscientemente, riguardanti episodi oppure nomi e numeri) e in quella implicita (cioè automatica, riguardante le attività motorie o musicali e le parole incomprensibili). D’altra parte l’immagazzinamento dei dati non avviene nel cervello come una foto o un disco, ma attraverso associazioni diffuse. In caso di gravi patologie neuropsichiche, l’amnesia riguarda quasi sempre la memoria recente: è quello che parzialmente avviene anche nel deterioramento cerebrale senile. A volte in seguito ad un trauma emotivo alcuni ricordi sono rimossi dal subconscio ma non cancellati, in quanto risulterebbero inaccettabili dell’individuo per l’ansia che ingenererebbero. Viceversa la memoria può essere sollecitata da emozioni positive, ad esempio l’apprendimento di una lingua può essere facilitato da una spinta motivazionale verso il lavoro o il turismo, mentre la ricostruzione di un numero può essere aiutata dall’associazione di cifre più note o più semplici.
Molto interessanti si sono dimostrati alcuni esperimenti sulla memoria. Si è visto che la stimolazione dei lobi temporali cerebrali può provocare nel soggetto la sensazione di estraneità in un ambiente che invece è familiare, oppure vivere una situazione reale come se fosse un ricordo. Il fenomeno del “déja vu” consiste nella convinzione di aver già assistito nel passato ad una scena attuale e reale, mentre così non è: si tratta di qualcosa che avviene comunemente in soggetti normali, ma può essere anche un fattore premonitore di una crisi epilettica.
Sperimentazioni più specifiche sono state fatte da alcuni medici ricercatori americani e scandinavi. Nel 1953 McConnel (USA) utilizzò alcuni vermi acquatici, le planarie, provvisti di un rudimentale apparato nervoso, capaci di rigenerarsi dopo essere stati fatti a pezzi, “cannibali” fra di loro. Con il riflesso di Pavlov egli portò gli animali a memorizzare che una scossa nella vasca dove erano stati messi era seguita sempre dalla fornitura di mangime. La sorpresa fu che il comportamento appreso, cioè l’automatica ricerca di cibo dopo la scossa, era stato memorizzato non solo delle unità che si erano riformate dopo il taglio della coda, ma anche da quelle ricreatesi completamente dopo la sezione della testa! Questo ha fatto pensare che proprio tutte le cellule nervose contengano le informazioni, per merito dell’acido ribossinucleico, che è lo stampo per la sintesi delle proteine e la trasmissione dei geni ereditari. Infatti in un altro esperimento condotto dallo svedese Hydén nel 1964, questo studioso svedese scoprì che nei topi divenuti forzatamente mancini vi era, nelle sinapsi nervose della zampa anteriore sinistra, un accumulo maggiore di RNA rispetto alla norma! Gli stessi ratti che mangiavano altri ratti tritati e polverizzati ma già condizionati, diventavano anch’essi, a seconda dei casi, morfinomani o ipersensibili al rumore…
Nonostante siamo ben lontani dal capire il nesso fra i meccanismi dell’apprendimento e l’accumulo di RNA, sappiamo che quest’ultimo condiziona la memoria molto fortemente. E’ fantascienza pensare che un giorno riusciremo a tirar fuori da noi stessi i ricordi appartenuti ai nostri genitori e ai nostri nonni?

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