Il Galata Morente e il Galata suicida

galata-morenteIl Galata morente che conosciamo oggi è la copia romana in marmo di un’opera greca. L’originale, probabilmente bronzeo, faceva parte, insieme Galata suicida, del grandioso donario che, nel 223 a. C.,

il sovrano Attalo I commissionò per celebrare la sua vittoria sui Galati (il nome che i Greci attribuivano ai Celti), invasori dell’Asia Minore, per essere posto sull’Acropoli di Pergamo e precisamente nel santuario di Atena Nikephòros. La realizzazione dell’opera è da attribuire con ogni probabilità allo scultore greco Epigonos, durante gli scavi effettuati all’interno del santuario, infatti, furono ritrovati dei frammenti di iscrizioni tra cui una con la firma dello scultore.

Il Galata morente fu ed è una delle opere scultoree dell’antichità più note e, per questo motivo, fu spesso ripreso e citato da molti artisti di epoche successive. La versione romana venne scoperta all’inizio del XVII secolo, durante gli scavi di Villa Ludovisi. La prima testimonianza del ritrovamento risale al 1623, quando l’opera venne registrata quale parte della collezione della potente famiglia.

La maestria dell’artista e il pathos della scultura suscitarono una grande ammirazione tra gli amanti dell’arte del XVII e del XVIII secolo, molti nobili, infatti, nel tempo ne commissionarono una copia per le proprie collezioni private. Molti ritennero si trattasse di un gladiatore morente, interpretazione che causò molte denominazioni non corrette (tra cui il Gladiatore morente, ilGladiatore ferito, il Mirmillone morente).

Durante la campagna napoleonica in Italia, nel 1797, l’opera fu portata a Parigi per volontà di Napoleone ritornò poi a Roma nel 1815 e, da quel momento, fu esposta presso i Musei Capitolini, dove è ancora conservata. La statua rappresenta un guerriero galata in punto di morte. Elementi che ne caratterizzano la provenienza celtica sono principalmente il torques, la tipica collana in voga nel popolo suddetto tra i guerrieri, i baffi, i capelli ispidi e la nudità, cifra caratteristica e fortemente identitaria delle modalità di combattimento di questo popolo. Da un punto di vista criminologico il guerriero attende la morte ormai imminente causatagli da una ferita sulla parte bassa del petto, provocata, a sua volta, da un fendente che, scagliato dal basso verso l’alto, ha colpito organi vitali tra cui il polmone e successivamente il cuore. Molto probabilmente la lama ha provocato numerose emorragie interne e una progressiva deficienza respiratoria. Il Galata è semisdraiato su un plinto di forma ovale sul cui compaiono alcuni armamenti decisamente e culturalmente connotativi di provenienza gallica: una spada, un fodero a più basso rilievo, una cintura a nastro con fibbia squadrata, un corno spezzato e parte di un altro corno. La gamba sinistra è leggermente allungata, mentre quella destra è flessa. Solo il sostegno del braccio destro garantisce l’equilibrio della scultura. Il braccio sinistro è, infatti, piegato e la mano appoggiata sulla coscia destra. Il torso è flesso e ruotato verso destra, fotografato nell’istante preparatorio che precede un ultimo disperato attacco, elemento che ne accentua la suggestione realistica, sottolineata anche dalla schiena dal volume arrotondato.

La testa è piegata verso il basso in segno di resa e rassegnazione al proprio destino. Il volto è scolpito con un’accuratezza che ne palesa l’estrema sofferenza, anticamera della morte. Una sofferenza, affrontata con coraggio, con la dignità di un guerriero sconfitto ma non piegato, allegoria della capitolazione di un popolo che ha lottato fino all’ultimo per la propria indipendenza.

Il Galata suicida, noto anche come Galata Ludovisi, è anch’essa una copia romana in marmo, risalente al I secolo a.C., dell’originale greco che insieme al Galata morente faceva parte del complesso del donario. La statua è oggi conservata al Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps a Roma. Il Galata suicida venne ritrovato, insieme al precedente, durante gli scavi di Villa Ludovisi. Ad un’analisi criminologica l’opera mostra un guerriero che il marmo cristalizza nell’atto di suicidarsi, conficcandosi una spada corta, molto simile al gladio romano, tra le clavicole per raggiungere il muscolo cardiaco, devastandolo e provocando una forte, violenta emorragia che culminerà nella morte dopo pochi secondi. Una modalità di suicidio molto in voga in epoca classica proprio per la rapidità del gesto e del conseguente sopraggiungere del decesso, quasi istantaneo. Il guerriero è ben sorretto dalle gambe divaricate che, insieme al busto, sono protese verso destra, mentre la testa è fieramente rivolta all’indietro, forse idealmente rivolta verso il campo di battaglia che ha sancito la sconfitta del suo popolo. Il corpo nudo, coperto solo sulla schiena da un mantello che asseconda il movimento del Galata con le sue pieghe profondamente realistiche, mostra la muscolatura del guerriero, scolpita con cura sin nei minimi dettagli anatomici. La compagna è abbandonata sulle ginocchia, ormai a un passo dalla morte. La scultura è fortemente evocativa, palesando inequivocabili sensazioni di eroismo e onore, per evidenziare emozionalmente il valore dei vinti e quindi, di riflesso, anche quello dei vincitori. Probabilmente la figura si trovava al centro del donario, concepita per essere apprezzata da molteplici punti di vista, monopolizzando idealmente lo spazio che la circonda. Il Galata suicida rappresenta, insieme al Galata morente, uno dei più grandi esempi di scultura classica, che oltre ad allietare la vista per la sua bellezza incontrovertibile e profondamente realistica ci regala la fotografia di un popolo valoroso che la storia ha spazzato via ma che il marmo ci ha restituito dopo secoli.

galata suicida

il Galata Suicida

Marino D’Amore

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